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Superare il cancro dell'impotenza e della rassegnazione
Inviato il 16 marzo 2009
La metafora del Mezzogiorno come territorio delle differenze e delle differenziazioni acute, è ormai consolidata nel pensiero e nella cultura del nostro paese, in quella degli studiosi meridionalisti e nella pubblicistica. Questa metafora è tornata ancora a riaffermarsi nel recente convegno napoletano della Chiesa italiana del 12 e 13 febbraio a Napoli. Vista dal sud, questa metafora potrebbe tradursi meglio in “realtà delle tante piccole isole”, che fanno fatica a diventare rete, perché nessuno sa e vuole costruire un costume condiviso, nessuno sa andare oltre il buon proposito, espresso venti anni fa dai vescovi italiani nel documento “Sviluppo nella solidarietà: Chiesa italiana e Mezzogiorno”, che “il paese non crescerà se non insieme”: basti considerare che cosa sta diventando questo federalismo che si vuole realizzare in Italia, complice gran parte della anemica classe politica meridionale, incapace di moderare il localismo estremo leghista.
Nel nord come nel sud, quello delle estreme differenziazioni del meridione diventa comunque un teorema fatale, cui si aggiunge il corollario del Sud che è corrotto, corruttore, illegale, incapace di costruirsi il suo futuro, che è in qualche modo l’oggetto dei film, dei telefilm, dei libri che preferiscono il registro interpretativo della cronaca nera. Ma l’analisi storico-contemporanea del Mezzogiorno, e l’insieme dei teoremi e dei luoghi comuni che ne conseguono, coglie effettivamente nel segno? E’ generalizzabile l’idea di un Mezzogiorno votato all’inefficienza endogena per effetto delle sue profonde differenziazioni? A chi pratica il Mezzogiorno e incontra volti e storie concrete, questa lettura sta un po’ stretta. Anche perché la metafora di cui si parla rischia di diventare un alibi: c’è così tanto da fare, così tanto da inventare, così tanto individualismo e illegalità, che non serve impegnarsi. Ecco, questo è il punto di snodo: il primo male del Mezzogiorno non è la sua divisione e differenziazione, ma il cancro dell’impotenza. Su questo cancro si basa poi la cultura della rassegnazione, quella dell’omertà, quella della deresponsabilizzazione, che sono poi l’anticamera della deriva mafiosa o della politica dei privilegi e delle corruzioni: così la gente comune non crede più in niente e nessuno, e si rifugia nel privato, nell’intimismo religioso consolatorio. La casta dei furbi invece fa passi avanti attraverso il malaffare, attraverso un uso spregiudicato del potere. E di questo si occupa prevalentemente la pubblicistica.
Tuttavia il movimento della società civile meridionale è chiaramente registrabile, ed è molto più significativo di quanto si creda: è fatto di tantissimi e crescenti corpi intermedi, realtà che lottano e combattono per costruire una società che si apre, che condivide, che costruisce legami solidali e prassi di legalità, che costruisce percorsi di sviluppo comunitario: nonostante le mafie, nonostante l’impresa ancora condizionata da logiche clientelari e assistenziali, nonostante la politica corrotta e inefficiente, praticata da politici il più delle volte impreparati a gestire la complessa realtà della amministrazione pubblica. E’ impossibile dare voce qui a tutte queste realtà. Si colgono, comunque, soprattutto tre tendenze sulle quali occorre fare molta attenzione.
E’ in atto una trasformazione del complesso mondo del volontariato, anche per effetto della recente presenza dei CSV nelle regioni meridionali. Le associazioni di volontariato nell’intera area meridionale, secondo recenti stime, sarebbero 17.000 con un esercito di volontari quantificabile in almeno 531.000 unità, a fronte di una popolazione complessiva di 17,7 milioni di abitanti (Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata, Puglia, Molise). Finanziati con risorse delle Fondazioni Bancarie per effetto della Legge 266/1991, i CSV stanno generando fenomeni nuovi nel territorio: sono sempre più numerose le associazioni di volontariato che praticano ambiti di impegno nella direzione della “cittadinanza attiva”, soprattutto nel campo dei diritti della persona, dei disabili, degli esclusi vecchi e nuovi, dell’ambiente, della salvaguardia delle tradizioni e delle culture. Questo volontariato conosce l’importanza della costruzione delle reti reali, dello sviluppo dei vincoli solidali, della necessità di amplificare la cultura del dono nel tempo dell’individualismo e dell’egoismo. Questo volontariato sa fare analisi reali critiche e libere delle condizioni del territorio, sa smascherare le incompiutezze, sa proporre le politiche necessarie per il governo dei processi, agisce concretamente. Questo volontariato adesso sta mettendo in atto la più grande campagna di infrastrutturazione sociale del Mezzogiorno gestita direttamente dai volontari, senza intermediazioni politiche o imprenditoriali, che prevede per ogni anno quasi oltre 21 milioni di euro per servizi e strutture: non era mai successo nella storia del Mezzogiorno.
Un secondo fenomeno che sta trasformando il sud è quello dello sviluppo della cultura d’impresa nel mondo giovanile, favorita dalle risorse dei Fondi strutturali europei. La Regione Puglia, per esempio, con l’impegno dell’assessorato alla trasparenza e alla cittadinanza attiva di Guglielmo Minervini, ha dato vita a migliaia di “Prestiti d’onore” e poi al percorso di “Bollenti spiriti”, sempre per sviluppare l’intrapresa giovanile, e bloccare la fuga dei cervelli: operazione riuscita con soddisfazione per le migliaia di giovani coinvolti, registrabile con un significativo aumento del PIL regionale nel 2008.
Il terzo fenomeno importante è il consolidamento in tutti i territori del Mezzogiorno della Legge quadro nazionale (la 328 del novembre del 2000) sulle politiche sociali. Seppure tra alti e bassi, le Regioni meridionali si stanno dando un sistema di servizi sociali moderno e integrato, che promuove una partecipazione dal basso attraverso il coinvolgimento di tutti i soggetti della società civile, dal singolo cittadino alle imprese sociali, al volontariato. Si può dire che, quando il sistema andrà a regime, questo ambito importante dei servizi al benessere della persona coinvolgerà in maniera attiva la società civile meridionale con tutti i suoi soggetti in una logica sistemica di rete. Occorre, infine, considerare che se di sviluppo economico del Sud si può ancora parlare, non bisogna immaginarlo nella tradizionale direzione dell’industria e delle infrastrutture materiali (ponti e autostrade o altro), con misure tampone o a pioggia, ma principalmente nei settori del turismo e dei servizi alla persona. Si capisce così quanto sia strategico sviluppare e potenziare le reti, il protagonismo dell’associazionismo e dell’impresa sociale, l'autoimprenditorialità giovanile.
Luigi Russo
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