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Oltre l’emergenza randagismo
Inviato il 12 dicembre 2007
Gentilissimo Direttore,
Con il caso “Statte”, gli orrori che si perpetuano nei confronti dei cani nella nostra regione sembrano essere divenuti una caratteristica della Puglia. Mi sembra giunto il momento di affrontare sì l’emergenza, per cercare di salvare il salvabile, ma di aprire un dibattito serio sulla questione canili con il fine di trovare la strada alla risoluzione del fenomeno randagismo e di quanto giri intorno ad esso.
L’originalità del progetto ARGO-RETE, elaborato dall’ass. ZampaLibera, consiste nell’aver indicato a diversi livelli, da quello dell’informazione, sensibilizzazione a quello culturale , le finalità e gli obiettivi specifici da perseguire. L’ultima parte contempla i criteri per la realizzazione di un “parco-canile” o più ridotto, di un “polo zooantropologico”
Purtroppo, nonostante le continue esplicitazioni su come realizzare l’intero progetto, a due mesi dalla scadenza per sfruttare il finanziamento del Ministero della Salute, ancora i sindaci dell’Unione non hanno deciso se dare una svolta da una impostazione non solo strutturale ma anche di cultura.
La situazione gravosa dei canili richiede ormai una profonda riflessione sul senso della loro esistenza e sulla loro funzione nella nostra società.
E indispensabile una rivisitazione complessiva della questione canile, in quanto si tratta di cambiarne l’intero statuto. Le domande da porsi sono:a) cosa è un canile?;b) che servizi da il canile?; c) quando e come ci si rivolge al canile?;d) chi opera in un canile , quali le singole responsabilità, come si opera nel canile?; e) che rapporto c’è tra il canile e la società civile. Sostiene il prof Marchesini nel libro “Il canile come presidio zooantropologico, da struttura problemaa centro di valorizzazione del rapporto con il cane” a cura dello stesso, che cambiare paradigma, aiuterebbe a dare migliori soluzioni a quegli aspetti che non vanno più del canile come è oggi, cioè luogo di discarica, disattendendo anche alla sua funzione sanitaria. Si deve passare dal modello, quindi di discarica a modello di polo zooantropologico, a servizio del cittadino individuando nuovi canali di risorse. Cambiando lo statuto del canile permetterebbe di formare la percezione dell’utilità sociale del canile stesso, perché se ne ricevano dei benefici. Deve diventare un centro dove si faccia cultura cinofila, interpretando con tempestività i cambiamenti in atto del rapporto con l’animale e fare proposte correlate. Ruolo importante per l’integrazione dell’animale sarà quello del veterinario che dovrà rimodulare la sua professionalità affiancato da altre figure, quali l’educatore, gli operatori e il volontariato. L’impegno intellettuale permetterà di far emergere tutte le incongruenze oggi dovute alla presenza di strutture, i canili, assolutamente inadeguate e che negli anni hanno aggravato non solo il fenomeno del randagismo , ma hanno sminuito il valore del cane per la nostra società, mortificandone il ruolo e i suoi diritti, proponendo delle soluzioni valide, grazie alla zooantropologia, scienza che studia come impostare e favorire una corretta relazione tra il cane e l’uomo, partendo dal presupposto che in una relazione ci sia sempre, un dare e ricevere.
Il canile tradizionale è solo un impaccio agli obiettivi che la zooantropologia si pone, vale a dire favorire l’integrazione sociale del cane puntando sul riconoscimento delle sue caratteristiche e sulla valorizzazione del suo ruolo.
Il testo di cui sopra nasce proprio dalla consapevolezza che come per ogni struttura, il canile è una entità che deve adeguarsi all’evoluzione sociale e culturale in essere. Il canile ha un impatto sulla comunità che deve trascendere il mero aspetto economico, anche se importante. Ciò significa che se i canili tradizionali continueranno a macinare risorse inutilmente sarà impossibile sviluppare delle strutture alternative e delle proposte di servizi differenti.
Il canile deve diventare un progetto e questa è la prima riflessione che dobbiamo fare. E’ la società che deve progettare il canile, pensarlo come risposta ad un insieme di necessità, identificarlo come entità strutturale e funzionale capace di risolvere i problemi così come percepiti dalle persone o società.
Al primo posto tra gli obiettivi da perseguire per un canile, c’è quello di interfacciarsi con il mondo esterno e di organizzare le risorse che operano all’interno. Facile cogliere la differenza sostanziale tra il ritenere il canile una prigione che ha come obiettivo l’accogliena e il mantenimento ad vitam del cane e il pensarlo, al contrario, come un centro che favorisca le adozioni, la reintegrazione sociale del cane.
La disfunzionalità dei canili porta alla loro saturazione, continuando a mantenere alta la spesa di ogni singolo comune che paga per il semplice mantenimento dei loro cani..
Alla realizzazione di questa metamorfosi un ruolo di rilievo spetta alla medicina veterinaria, ma naturalmente anche questa deve trasformare gli ambiti tradizionali di applicazione dello statuto professionale.
Questa rivoluzione non è uno spreco di denaro e di energia intellettuale. Non solo è auspicabile ma si rende indispensabile nell’immediato futuro se non vogliamo vedere collassate queste strutture, e ritrovarci con il fenomeno del randagismo e tutto ciò che ne consegue, sempre come un problema irrisolto.
raffaelavergine@libero.it
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